Da Google+ a Google MyBusiness: una guida per le PMI

Dopo aver abbandonato il progetto Google+, Google ha posto una attenzione crescente sulla piattaforma Google My Business per offrire sempre più opportunità alle aziende, soprattutto le PMI con un mercato locale. Grazie a Google My Business ogni piccola azienda può condividere contenuti, informazioni, offerte e altro ancora su Google e migliorare la sua presenza online.

Ad esempio, questo tool offre l’opportunità di pubblicare brevi post corredati da una call to action e che appaiono direttamente sotto la scheda dell’azienda su Google attirando i potenziali clienti, ma anche la possibilità di vedere i dati e gli analytics sulle parole chiave più usate dalle persone per trovare l’azienda su Google My Business.

Leggi anche: Perché non devi rinunciare ai post di Google My Business

Se quindi sei una PMI o una piccola impresa e non stai ancora utilizzando Google My Business ecco perché dovresti farlo e i motivi per cui una presenza su questa piattaforma è oggi più che mai essenziale.

I 3 vantaggi di Google My Business

Essere presenti su Google My Business può portarti tre vantaggi nel breve e lungo periodo ovvero:

  • Essere visto dai potenziali clienti che cercano un determinato prodotto o servizio su Google;
  • Gestire la tua reputazione;
  • Generare più opportunità di business.

Le PMI che già oggi utilizzano Google My Business dichiarano che 4 consumatori su 5 usano i motori di ricerca per trovare informazioni a livello locale, il 70% dei clienti visita un negozio o fa un acquisto a seguito di una ricerca online, l’85% delle persone si fida delle recensioni online di altri clienti al pari delle recensioni fatte di persona da amici o parenti.

Come ottimizzare un profilo su Google My Business

Un profilo aziendale su Google My Business contiene le seguenti informazioni: indirizzo della sede dell’azienda, descrizione dei prodotti e servizi offerti, sito internet, orari di apertura e informazioni per il contatto.

Accanto a queste informazioni essenziali è importante saper offrire all’utente contenuti multimediali, per far arrivare più facilmente il messaggio, e quindi una scheda Google My Business efficace comprenderà un’immagine di copertina accattivante, foto dell’esterno, un logo o immagine di profilo.

Per ottenere il massimo da questo strumento diventa essenziale svolgere alcune azioni quotidiane come:

  • controllare le visite alla scheda di Google My Business e le keyword con cui si viene trovati online,
  • arricchire la sezione domande e risposte con contenuti utili per gli utenti,
  • scrivere post settimanali per catturare l’attenzione dei visitatori e ottimizzare la scheda per la SEO,
  • rispondere a ogni recensione in modo personale e non standardizzato,
  • includere foto e immagini aziendali che raccontano il prodotto e servizio offerto.

Conclusioni

Google My Business è, quindi, una tool veramente utile, efficace e facile da usare e pertanto anche la tua PMI non può oggi rinunciare a essere presente sul motore di ricerca più utilizzato con una sua scheda aziendale. Se vuoi cominciare oggi stesso ad avere visibilità online e a raggiungere nuovi potenziali clienti, contattami per una prima consulenza gratuita, sarò felice di aiutarti.

 

 

Podcast marketing: come conquistare nuovi clienti

Se pensi all’Inbound marketing per trovare nuovi clienti per la tua azienda ti immagini subito l’apertura di un blog, la gestione dei canali social e l’ottimizzazione SEO dei contenuti oppure un percorso di visual storytelling? Si tratta sicuramente di tecniche efficaci, ma oggi voglio farti riflettere su uno strumento ancora poco utilizzato: il podcast marketing.

Oggi lo scenario competitivo è sempre più affollato e trovare nuovi clienti significa avere a disposizione nuovi strumenti: a volte a catturare l’attenzione del potenziale cliente può essere il video marketing, altre il podcast. Ma come fare? Ecco alcuni consigli utili!

 Creare contenuti audio per la propria Content Strategy

La podcast strategy o Content Strategy che comprende il podcast può essere davvero utile ed efficace a patto di creare un file audio contestualizzato e divulgativo, che abbia lo scopo di fare branding, creare una relazione con il contatto e fidelizzarlo. Una ricerca diffusa da The Infinite Dial mostra come già nel 2018 un terzo degli americani tra i 25 e i 54 anni ascolta mensilmente i podcast, con un incremento del 40% rispetto al 2017.

Come fare per inserire il podcast nella Content Strategy? Le fasi sono:

  • Creazione e pubblicazione del podcast su Spreaker o iTunes;
  • Divulgazione del podcast, tramite l’ottimizzazione di titolo e descrizione, inserimento di link di approfondimento e studio dei visual;
  • Inserimento dei dati di riferimento come sito web o email.

Per promuovere il tuo podcast puoi embeddarlo nella pagina web con un player o sul tuo blog aziendale, ma anche avviare una strategia pubblicitaria sui social media come Facebook e i Facebook Ads, Twitter e Instagram.

Si possono trovare clienti con il podcast?

Come per tutte le attività online, anche in questo caso la risposta più corretta è dipende dato che generare lead con il podcast non è la stessa cosa che acquisire contatti con la pubblicità tradizionale o digitale.

Il podcast parte dalla parte alta del funnel di content marketing, dalla fase in cui devi dimostrare di essere la persona migliore per svolgere un determinato lavoro o che il tuo prodotto e servizio ha le caratteristiche per risolvere il problema o rispondere alle esigenze del tuo cliente.

Lavorare con i file audio ti permette di fare brand awareness, generare interesse e posizionare il brand nella mente del potenziale cliente e, se riesci a raggiungere questi obiettivi, si può dire che per te funziona.

E tu usi già questo strumento nella tua attività di digital marketing? Con quali risultati? Raccontami la tua esperienza!

 

Lo stato dell’arte dell’influencer marketing in Italia

Si parla spesso di influencer marketing, un fenomeno la cui crescita è stabile anche sul mercato italiano, anche se non supportata da dati concreti e a questa mancanza ha voluto porre rimedio l’ONIM, ovvero l’Osservatorio Nazionale Influencer Marketing, che mette la sua esperienza a vantaggio di chi fa marketing online. Vediamo, ad esempio, cosa emerge dal report 2019 sullo stato dell’arte dell’Influencer Marketing in Italia.

Lo studio sull’influencer marketing in Italia nel 2019

L’indagine ha coinvolto oltre 400 intervistati e il mercato anche se si conferma attivo, non ha ancora raggiunto la piena maturità dato che il 67% dei professionisti coinvolti dichiara di aver seguito solo da 1 a 3 progetti di influencer marketing nel 2018 e solo il 67,5% ha in programma di dedicare budget a questa attività in futuro.

La principale sfida è l’identificazione e la selezione degli influencer, ma soprattutto la misurazione dei risultati, che necessitano di competenza e strumenti adeguati.

Il principale freno all’uso dell’influencer marketing è nel 35,7% dei casi il budget limitato e nel 19,2% l’assenza di un team di professionisti dedicato, mentre gli obiettivi principali sono i seguenti:

 

  • Brand awareness (19,5%)
  • Brand reputation (18,3%)
  • Relazioni con gli utenti (10,7%)
  • Incentivo all’acquisto (7,3%)

Attività e piattaforme di influencer marketing

Tra le attività più strettamente correlate all’uso dell’influencer marketing troviamo il product placement (21,6%), la promozione di un contenuto (19,6%) e il lancio di un prodotto (19,1%) o di un evento (16,2%).

Volendo analizzare, invece, i canali principali dell’attività di Influencer Marketing troviamo Instagram per l’83% delle aziende seguito da Facebook con il 37% dei progetti, senza dimenticare YouTube anche se i costi di produzione lo rendono proibitivo per le PMI.

Solo il 33,5% degli intervistati utilizza però tool e strumenti dedicati e il 18,4% fa analisi di social e web listening, ma soprattutto sono premiati i social network e i motori di ricerca.

Tra le categorie più utilizzate abbiamo i micro-influencer, coinvolti nel 59,7% dei progetti ovvero le figure con meno di 30mila follower, mentre solo il 9,7% coinvolge i grandi influencer sopra i 100mila follower. Per la selezione degli influencer sono considerati nel 60% la qualità dei contenuti, nel 49% dei casi la reputazione e nel 47% l’engagement sui social

Tra i parametri principali monitorati dalle aziende abbiamo engagement e audience raggiunta, dato che monitorare KPI come menzioni e sentiment richiede l’utilizzo di tool pro.

Una curiosità: il guadagno degli influencer

Concludiamo l’analisi dello stato dell’Influencer marketing con una curiosità: la retribuzione degli influencer il cui guadagno si aggira tra i 300€ e i 600€, anche se nel caso di Instagram e YouTube la collaborazione può superare i 2.000€.

Ecco quindi come, se diventare influencer sui social media è il sogno di tanti giovani, è bene ricordare che in Italia la professione non è ancora completamente matura e la concorrenza è davvero agguerrita. I marketer danno quindi valore ai concept più creativi, studiano come valutare i KPI principali con esattezza e si fanno guidare sempre più da dati concreti, in un’ottica di data driven.

Infine, si tratta di saper guardare anche oltre ai tradizionali social media come Instagram e YouTube, includendo anche piattaforme come TikTok, se sono attinenti al pubblico di riferimento che si vuole raggiungere.

Il report completo è scaricabile sul sito ONIM.

 

Come creare una campagna di Native Advertising di successo

Nel 2019 le tradizionali strategie di web marketing non funzionano più ed è importante fare native advertising, uno degli elementi fondamentali di ogni strategia di content marketing. A differenza della pubblicità tradizionale, con il native advertising l’utente non viene interrotto durante la navigazione.

Oggi il display advertisig ha CTR medi dello 0,11%, anche perché l’attenzione dell’utente si attesta ad appena 8,2 secondi. A questo si aggiunge un costo elevato, che porta le aziende moderne a preferire il native advertising.

In questo contesto la comunicazione pubblicitaria diventa essa stessa contenuto, con un valore informativo o di intrattenimento che prende dal contenuto stesso. La differenza con la pubblicità tradizionale è, però, che non viene riconosciuta come interruption advertising e ha quindi tassi di coinvolgimento più elevati.

Perché usare il Native Advertising in azienda

Il Native Advertising è una tecnica che permette di ottenere diversi vantaggi:

  • permette di parlare al pubblico di riferimento con un messaggio rilevante, utile e interessante;
  • coinvolge il consumatore e il potenziale acquirente;
  • permette di generare passaparola, buzz e condivisioni intorno al prodotto.

Diverse sono anche le tipologie di native advertising, ovvero la pubblicazione di contenuti sponsorizzati e co-generati tra brand e redazione sui siti di grandi editori, network di influencer e siti verticali. Vediamo quali sono.

  1. In-feed: sono gli annunci pubblicitari che si inseriscono nei feed delle piattaforme, ad esempio gli articoli sponsorizzati in un sito editoriale;
  1. Paid search: sono gli annunci a pagamento sui motori di ricerca e che, fino a poco tempo fa, avevano lo stesso aspetto dei contenuti organici;
  1. widget con post raccomandati: sono quelli che trovi alla fine dell’articolo sul sito editoriale e che si inseriscono nel flusso di navigazione della pagina;
  1. promoted listing: il contenuto da sponsorizzare si inserisce in una lista, ad esempio nei siti di e-commerce o sui marketplace;
  1. pubblicità in-ad: i contenuti sono inseriti in un formato pubblicitario standard, simile al banner ma più contestualizzato;
  1. pubblicità custom: è il native advertising più conosciuto, di cui fanno parte i post sponsorizzati.

Come creare una campagna di native advertising?

Oggi fare native advertising è una grande opportunità per le aziende, che possono usare le piattaforme mediatiche per offrire al pubblico contenuti di valore. In particolare l’obiettivo di questa tecnica è creare conversioni, ossia far comprare il prodotto o servizio e spingere all’azione e il CTR non è l’unica metrica da misurare.

Tra i parametri per valutare l’efficacia di una campagna di Native Advertising ricordiamo infatti le condivisioni, i commenti e le interazioni che creano un effetto WOM (word of mounth) che facilita la diffusione del messaggio pubblicitario.

Gli elementi della pubblicità nativa

  1. Il tipo di messaggio

Il contenuto può essere informativo o emozionale, con il primo che è più adatto se l’utente è vicino alla decisione di acquisto e il secondo che è indicato per l’attività di brand awareness.

  1. Il tipo di device

A differenza di altre pubblicità, il Native Advertising si adatta meglio ai dispositivi mobili, dato che qui l’attenzione del consumatore è più efficace sui contenuti.

  1. La posizione

Online è difficile per l’utente evitare una inserzione pubblicitaria fatta con la tecnica del Native Advertising, a differenza dei banner che sono posizionati in un determinato punto del sito.

  1. La piattaforma

Per fare una campagna di Native Advertising di successo è necessario usare una piattaforma di distribuzione efficace, che permetta di rinforzare il contenuto.

Concludo ricordandovi che il native advertising non riguarda solo la pubblicazione dei contenuti sui magazine online, ma anche la creazione di pubblicità per i social media e i video.

Si tratta di una tecnica in costante crescita e che entro il 2020 conquisterà il 52% del mercato della pubblicità display in Europa, una tecnica da non trascurare e che deve far parte a pieno titolo del marketing mix digitale

 

 

Come attirare i visitatori sull’e-commerce e avere successo

E-commerce di successo: cosa non deve mancare? Cominciamo col dire che il 73% degli utenti che visita un sito e-commerce lo abbandona entro due minuti se non riesce a trovare subito quello che cerca.

Per questo nella realizzazione dei siti web è fondamentale creare una struttura e una strategia che attragga, mantenga sul sito e fidelizzi ogni visitatore. Vediamo alcuni consigli utili per attirare i visitatori sull’e-commerce, ma soprattutto mantenere la loro attenzione.

Solo 15 secondi per convincere l’utente a restare

Secondo le ricerche di Tony Haile l’utente medio decide in 15 secondi se continuare a navigare sul sito o chiudere la pagina e di sicuro non ha tempo per cercare prodotti, pulsanti o indicazioni per completare l’ordine nel caso la pagina sia mal organizzata.

È quindi compito del consulente web marketing aiutare le aziende a ottenere l’attenzione dell’utente e accompagnarlo all’acquisto e per ottenere tale obiettivo si lavora a livello di:

  • struttura;
  • grafica, dato che il web design è importante per il 92% degli utenti;
  • contenuto: testi, foto e call to action

Cosa non deve mancare nell’e-commerce di successo

L’utente che visita un sito web sa bene cosa vuole, dato che a guidare la sua scelta sono stati il Title e la Meta description se arriva dai motori di ricerca o il testo di un annuncio su Google o, ancora, un post sui social media.

Per questo la coerenza tra quanto promesso e quanto pubblicato online è fondamentale e anche su questo elemento si basa il Page Rank di Google e degli altri motori di ricerca.

L’obiettivo principale del sito è, quindi, offrire all’utente una pagina chiara e persuasiva che risponda alle sue esigenze e aspettative, dato che un e-commerce di successo è, prima di tutto, un e-commerce usabile.

Elementi necessari all’e-commerce di successo sono, quindi:

  • una valida suddivisione in categorie,
  • la presenza dei breadcrumb o “briciole di pane”
  • la ricerca per filtri
  • il motore di ricerca interno
  • le call to action e gli inviti all’acquisto

Le categorie dell’e-commerce e il menu

Rispetto al passato, quando gli e-commerce avevano menu interminabili in verticale ai lati della pagina web, oggi gli e-commerce usano i menu orizzontali che si aprono al passaggio del mouse e sono strutturati con poche macro categorie e molte sottocategorie.

Questo menu, magari arricchito da elementi grafici, attira il visitatore e lo aiuta a trovare subito ciò che cerca.

I breadcrumb o “briciole di pane”

Questi elementi segnalano all’utente in che punto del sito si trova e qual è il percorso fatto per arrivare ad una determinata pagina e appaiono come una stringa di testo in cui ogni parola è linkata alla pagina di riferimento.

Un valido percorso per l’ecommerce potrebbe essere, ad esempio:

Home Page > Categoria > Sotto Categoria > Prodotto

Motori di ricerca e altre funzionalità utili

Nell’ecommerce di successo non può mancare un motore di ricerca interna, dato che le persone hanno sempre meno tempo e preferiscono digitare direttamente il nome del prodotto. Il segreto per aumentare le vendite è far sì che l’utente trovi tutto subito.

Lo stesso vale per la ricerca per filtri sulla base delle esigenze del visitatore, ad esempio negli e-commerce di abbigliamento si può cercare per tipo di capo, taglia o colore spuntando le informazioni e scremando via via il catalogo di prodotti presenti online.

Call to Action

L’ultimo, ma essenziale elemento da tenere in considerazione per un’e-commerce che vende è l’invito all’azione o Call to Action ovvero i pulsanti Acquista, Metti nel Carrello e altri tipici delle pagine di prodotto. La call to action deve essere chiara, evidente ma soprattutto originale, proprio come fa Chara Ferragni nel blog The Blonde Salad usando il “Be Mine”.

E tu, stai già raggiungendo i tuoi obiettivi di vendita con l’e-commerce? Stai pensando a un restyling del tuo sito per aumentare le conversioni? Raccontalo nei commenti!

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